(di Lorenzo Trombetta) (ANSA) – ROMA, 17 GEN – Dopo un lungo periodo di immobilismo, l’inchiesta sull’esplosione del porto di Beirut, avvenuta il 4 agosto 2020 e che aveva ucciso circa 250 persone, si appresta a tornare in carreggiata. A dare slancio a questa ripresa è il nuovo scenario istituzionale, caratterizzato dall’elezione di Joseph Aoun come presidente della repubblica e dalla nomina di Nawaf Salam a primo ministro incaricato.
Nel giorno in cui il presidente francese Emmanuel Macron è tornato in Libano per complimentarsi con la nuova leadership, sono stati annunciati nuovi interrogatori da parte del giudice inquirente, Tareq Bitar, previsti per il 7 febbraio prossimo, a una serie di personalità di spicco delle istituzioni e degli organi di sicurezza.
L’esplosione, nella quale avevano perso la vita 246 persone, con oltre 6.000 feriti, molti dei quali resi invalidi a vita, e danneggiato un terzo della capitale libanese, era stata causata da 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, lasciate colpevolmente per sette anni in uno degli hangar del porto, a pochi passi dal centro affollato di Beirut.
Questo evento catastrofico, dai contorni ancora tutti da definire, si era verificato mentre tutto il Libano era già alle prese da un anno con la peggiore crisi finanziaria della sua storia, aggravandone le conseguenze in un Paese già in preda a difficoltà come la carenza di medicinali, elettricità e benzina.
Negli ultimi tre anni e mezzo, nonostante il giudice Bitar sia e riuscito a risalire a potenziali colpevoli nei luoghi chiave della gestione politica e finanziaria del paese, le elite al potere sono riuscite finora sempre a bloccare l’inchiesta, erigendo di fatto un vero e proprio muro di gomma.
I silos del porto di Beirut (foto di Lorenzo Trombetta, 2020)
Dopo la devastante escalation militare israeliana dell’autunno scorso nell’ambito dello scontro armato con gli Hezbollah, gli equilibri in Libano sembrano però mutare sullo sfondo di profondi cambiamenti regionali.
Il movimento armato libanese, sconfitto assieme all’Iran nella recente guerra con Israele, ha perso nelle ultime settimane anche il controllo delle retrovie nella vicina Siria, dove l’8 dicembre scorso si è dissolto improvvisamente, dopo più di mezzo secolo, il potere incarnato dalla famiglia Assad.
L’elezione di Joseph Aoun e la nomina di Fawaz Salam sono state fortemente volute dagli Stati Uniti, dalla Francia e dall’Arabia Saudita, Paesi tutti ostili all’influenza iraniana in Libano e nella regione.
Se una parte dell’opinione pubblica libanese descrive il premier incaricato Salam e il capo di Stato Aoun come “burattini” di attori stranieri, per molti altri libanesi i due leader incarnano la volontà di trasformare il Libano in uno Stato di diritto. In questo contesto, il giudice Bitar sembra ora aver trovato lo spiraglio giusto per riprendere le indagini. (ANSA).
(di Lorenzo Trombetta) (ANSA) – ROMA, 16 GEN – L’urgenza di ripristinare “l’unità e la sovranità” territoriali della Siria post-Assad è evocata assieme alla necessità di riacquistare una reale “indipendenza politica”, durante gli incontri tra le nuove autorità di Damasco e i numerosi interlocutori turchi e occidentali.
Questo mentre Turchia, gli Stati Uniti e Israele rafforzano e tentano di espandere le rispettive presenze militari in varie zone della martoriata Siria. Un dato che spinge alcuni osservatori a esprimere dubbi sulla reale intenzione di Ankara e Washington, quest’ultima alleata strategica dello Stato ebraico, di sostenere il processo di transizione e di riunificazione della Siria, frammentata in diverse zone politico-militari durante gli oltre 14 anni di guerra.
La cronaca racconta che nelle ultime 24 ore l’esercito israeliano ha esteso il controllo nell’area tra le Alture occupate del Golan e la valle dello Yarmuk, nel sud-ovest del Paese, arrivando con i propri tank a soli 25 chilometri in linea d’aria dalla capitale siriana Damasco. Uno sviluppo che ha spinto il leader siriano di fatto, Ahmad Sharaa (Jolani) a esprimersi sulle insistenti azioni dell’esercito israeliano nel sud-ovest. E a dirsi favorevole a un eventuale ridispiegamento del contingente militare Onu nella zona cuscinetto stabilita nel 1974 tra Siria e Israele.
La tv siriana ha affermato che gli israeliani “terrorizzano gli abitanti”, distruggono infrastrutture civili necessarie alla fornitura di servizi come corrente elettrica e acqua potabile. Su questo, Muhammad Al Thani, premier del Qatar in visita oggi a Damasco ha chiesto a Israele di ritirarsi “immediatamente” dalla Siria, affermando che l’invasione israeliana “è un atto irrazionale”.
Nell’estremo nord-est della Siria, invece, aerei militari Usa sono atterrati a est dell’Eufrate per scaricare veicoli militari, munizioni, apparecchiature logistiche destinate a rafforzare le numerose basi Usa nella Siria nord-orientale e settentrionale, lì dove i russi si sono ritirati ai primi di dicembre.
Fonti locali hanno documentato che dall’inizio dell’anno gli Usa hanno organizzato un vero e proprio ponte aereo dal vicino Iraq per sostenere la presenza di circa 2mila unità rispetto alle 900 dell’estate scorsa.
La Turchia, dal canto suo, prosegue l’offensiva contro le forze curdo-siriane, espressione dell’ala locale del Partito dei lavoratori curdi (Pkk), considerata una formazione terroristica non solo da Ankara ma anche dall’Unione Europea e dagli stessi Usa.
Gli americani, che guidano la Nato di cui fa parte la Turchia, sono però alleati delle forze curdo-siriane, prese di mira da settimane dall’aviazione turca e dagli ascari arabo-siriani di Ankara. Nelle ultime ore, una persona è stata uccisa tra Raqqa e Manbij, nel nord della Siria, in bombardamenti aerei turchi, secondo quanto riferito dall’Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria.
Da Ankara, il suo ministro degli esteri, Hassan Shaybani, accolto dalle autorità turche, principali sostenitrici del governo provvisorio di Sharaa, ha condannato l’occupazione israeliana ma non ha detto nulla rispetto alla presenza, sin dal 2018, delle truppe turche nel nord del Paese né della presenza delle truppe Usa nel nord-est. “La Siria non può essere divisa né geograficamente né etnicamente”, ha detto Shaybani, con un riferimento implicito alla necessità di ricomporre la frattura tra comunità curde e arabe. (ANSA).
(di Lorenzo Trombetta) – (ANSA) ROMA, 13 gennaio – Il nuovo presidente della repubblica libanese Joseph Aoun ha scelto un nuovo capo di governo, affidando l’incarico a Nawaf Salam, giurista di fama e intellettuale riformatore di spicco, attuale presidente della Corte internazionale di giustizia e, soprattutto, esponente di una classe politica vicina ai paesi occidentali e a quelli arabi del Golfo. Salam ha nel giugno scorso accusato Israele di crimini contro l’umanità e atti di terrorismo contro i palestinesi.
In soli quattro giorni, dall’elezione di Aoun alla nomina di Salam, si avvia a conclusione una crisi istituzionale durata per più di due anni e che ha accompagnato il Libano alle prese dal 2019 con la peggiore crisi finanziaria della sua storia.
Nawaf Salam, presidente della Corte internazionale di giustizia
L’incarico affidato a Salam, 71 anni, proveniente da una prestigiosa famiglia politica beirutina, è il frutto almeno in parte dello stravolgimento di equilibri regionali cominciato, di fatto, con la guerra tra Hamas e Israele nel 2023, proseguito con la sconfitta di Hezbollah e del suo alleato iraniano in Libano lo scorso autunno, e con la recente dissoluzione nella vicina Siria del decennale potere della famiglia Assad, alleata della Russia e della stessa Repubblica islamica.
Il segnale del cambiamento, già preannunciato nel discorso inaugurale del neoeletto capo di Stato Aoun, si è concretizzato con la netta maggioranza delle preferenze accordate alla candidatura di Salam rispetto a quelle per l’attuale premier dimissionario Najib Mikati, accusato di corruzione e da più parti considerato esponente del cosiddetto ancien regime.
Nawaf Salam, atteso nelle prossime ore a Beirut per assumere formalmente l’incarico, ha ricevuto la stragrande maggioranza dei voti (84 su 128), mentre Mikati ha ottenuto solo 9 preferenze. Hezbollah e il suo alleato Amal si sono astenuti, come avevano già fatto al primo turno delle elezioni presidenziali venerdì scorso.
Il Partito di Dio, senza più il suo leader storico Hasan Nasrallah, ucciso da Israele a fine settembre, e fortemente indebolito dall’escalation militare dello scorso autunno, ha tentato invano di ritardare la nomina di Salam. Come ennesimo segnale del cambiamento di equilibri, il presidente Aoun, da più parti indicato come vicino agli Stati Uniti e ai Paesi arabi del Golfo anti-iraniani, ha invece preteso che i deputati di Hezbollah esprimessero oggi le loro intenzioni di voto. Così è stato.
E l’immagine della sconfitta politica è rimasta dipinta sui loro volti all’uscita dal colloquio col capo di Stato. Salam è sunnita, così come prevede il Patto nazionale, l’accordo non scritto, evocato proprio oggi da Hezbollah, e che dal 1943 prevede la spartizione delle cariche su base comunitaria. In base a questa convenzione sedimentatasi nel corso di decenni, il presidente della Repubblica deve essere cristiano maronita, così come deve essere sciita il presidente del parlamento.
Salam, come nei giorni scorsi lo stesso presidente Joseph Aoun, ha più volte ribadito l’esigenza per il Libano di superare la lottizzazione confessionale per approdare a “una formula di governo basata sullo Stato di diritto, incentrato sul principio di pari diritti e doveri tra i cittadini”. Una sfida enorme, per molti già cominciata.
(di Lorenzo Trombetta) (ANSA) – ROMA, 09 GEN – Dopo più di due anni di vuoto istituzionale e mentre l’esercito israeliano occupa ancora parte del sud del Paese, il Libano ha un nuovo presidente della Repubblica: il 60enne generale Joseph Aoun, cristiano maronita, per anni capo dell’esercito libanese, uomo considerato vicino agli Stati Uniti e non ostile allo Stato ebraico, è stato eletto dal parlamento con 99 voti su 128 al secondo turno della 13ma seduta parlamentare.
L’esito del voto, a cui hanno partecipato anche i deputati di Hezbollah, era stato in larga parte annunciato. Soprattutto alla luce dei clamorosi recenti stravolgimenti regionali che hanno di fatto determinato la sconfitta di tutto il fronte filo-iraniano a favore dell’asse americano-israeliano: l’indebolimento significativo di Hezbollah e del suo alleato iraniano nella guerra con Israele; e la dissoluzione, nella vicina Siria, del potere incarnato da mezzo secolo dalla famiglia Assad, per decenni dominante in Libano e alleata proprio della Repubblica islamica e del movimento sciita libanese.
Il generale Joseph Aoun, eletto presidente della repubblica libanese il 9 gennaio 2025
Israele è stato il primo Paese della regione a felicitarsi dell’elezione di Aoun. Il ministro degli Esteri Gideon Saar ha auspicato che questo sviluppo contribuisca alla “stabilità” e alle “buone relazioni tra Paesi vicini”. L’inviato speciale Usa Amos Hochstein, nei giorni scorsi a Beirut proprio per fare pressioni sulle elite libanesi in favore di Aoun, ha detto che la sua elezione “è un passo verso la pace e la stabilità” del Libano.
Libano e Israele sono in stato di belligeranza dalla loro nascita più di 70 anni fa. Dall’ottobre 2023 e dopo più di un anno di prolungato scambio di fuoco tra Hezbollah ed esercito israeliano, lo scorso autunno il Libano è stato devastato da un’escalation militare israeliana senza precedenti contro il Partito di Dio, uccidendo più di 4mila persone e costringendo più di un milione di persone a lasciare le loro case.
“Prometto di ricostruire tutto quello che l’aggressione israeliana ha distrutto in tutto il Libano”, ha detto Aoun nel discorso inaugurale pronunciato in parlamento. Il presidente francese Emmanuel Macron ha affermato che l’elezione di Aoun “apre la via alle riforme, al ripristino della sovranità e alla prosperità del Libano”.
Dal canto suo, Aoun ha confermato di voler di incarnare la trasformazione in corso: “Il Libano entra in una nuova era”, ha detto. “Bisogna cambiare visione politica… bisogna cambiare la nostra idea di Stato”, ha aggiunto riferendosi, tra l’altro, alla necessità di “imporre il monopolio delle armi” a scapito di gruppi armati non statuali come Hezbollah.
Il presidente della Repubblica è anche comandante delle forze armate. “Discuterò una strategia di difesa perché lo Stato, e sottolineo la parola ‘Stato’, si opponga all’invasione israeliana”, ha detto, opponendosi così alla presenza di Hezbollah come attore armato di resistenza a Israele.
L’Iran, alleato del movimento sciita, si è limitato a un commento dai toni blandi, auspicando che i due Paesi “collaborino negli interessi comuni”.
Mentre si attende che il nuovo raìs avvii le consultazioni per la formazione del tanto atteso nuovo governo di Beirut, Aoun si è espresso anche sulla spinosa questione siriana, dicendosi pronto a discutere alla pari con le nuove autorità di Damasco i dossier più caldi tra i due Paesi. (ANSA).
(pubblicato su Conquiste del Lavoro nell’autunno 2000)
DAMASCO – Il 10 giugno scorso, dopo trent’anni di presidenza, muore il leader storico della Siria moderna Hafiz al-Asad lasciando il paese nelle mani del figlio trentaquattrenne Bashar.
Com’era prevedibile, la scomparsa di uno dei più longevi ru’asà (pl. di ra’is) del mondo arabo (al-Qaddafi è al potere dal 1969) ha suscitato grande apprensione tra gli osservatori arabi ed occidentali sollevando numerosi interrogativi: quali saranno le prossime scelte politiche, strategiche ed economiche di Damasco? E quali ripercussioni si avranno sui delicati equilibri della regione?
Al di là di ogni possibile previsione, in molti si chiedono se in un prossimo futuro vi saranno volontà e capacità concrete di cambiamento nella Siria del giovane al-Asad.
Copia cartacea del reportage da Damasco pubblicato nell’autunno del 2000
Trascorsi i quaranta giorni di lutto e dopo i primi cento dall’insediamento del nuovo presidente, è tempo, adesso, per sentire quale aria si respira in queste settimane a Damasco.
Hafiz al-Asad, dall’alto della sua posizione, capeggia ancora, gigante, nell’androne dell’aeroporto internazionale di Damasco. E solo una fascia nera di lutto ne indica la scomparsa.
Come da anni accade, anche l’immagine del figlio Bashar lo affianca in ogni sua po-
sa. Nulla sembra cambiato, persino lo sguardo del padre vigila ancora sul giovane rais. Poco dopo, però, in coda per sbrigare le formalità doganali, ecco apparire un primo segnale di cambiamento: il controllo dei passaporti, che solo qualche mese fa passava per fatiscenti box e per consunti registri cartacei, adesso, è in parte informatizzato e moderni computer lavorano in nuovissime cabine dal colore azzurro, decorate con fantasie ispirate all’arte omayyade.
Vernice nuova, nuove immagini
Giunti in città non sfuggono i notevoli ritocchi estetici. Per le vie commerciali, infatti, si notano le facciate di numerosi edifici pubblici tinteggiate di fresco. Curiosando nella città vecchia, si incontrano interi vicoli completamente imbiancati. Lo stesso è avvenuto in molte case private come nei più svariati esercizi pubblici: pasticceri, parrucchieri, cartolai e persino fruttivendoli hanno rinnovato il proprio locale.
Ma a cosa è dovuta una così repentina e generalizzata esigenza di ‘nuovo”?
Soltanto pochi visionari ipotizzano che ciò sia legato al passaggio di consegne lassù a Palazzo ma è altro quel che davvero colpisce: se fino a ieri le immagini del vecchio rais figuravano in ogni dove, anche nei luoghi privati (negozi, abitazioni, automobili, ecc.), oggi appaiono assai ridotte.
Nel ridipingere le pareti, infatti, molte foto sono state tolte, staccate o addirittura strappate (sono ancora evidenti le tracce) e, a vernice ormai asciutta, l’icona è rimasta dimenticata nel cassetto. Fare ciò solo qualche tempo fa, sarebbe stato a dir
poco rischioso: qualcosa pare davvero cambiato!
Le immagini del figlio sono comparse numerose nelle vie e nei servizi pubblici in tutta la loro novità: il volto giovane s’accosta di certo meglio alle rinnovate tinte della città.
Le tre vie della ‘propaganda del cambiamento’
“Cambiamento”, “innovazione”, “riforma”, “progresso”, “futuro”: sono questi i termini che compaiono in calce proprio alle immagini di Bashar, promossi a parole d’ordine del momento con cui farcire ogni discorso ufficiale.
Il figlio al-Asad, giovane e (ancora) senza macchia, è diventato il simbolo vivente della modernizzazione che dovrebbe traghettare la Siria verso nuovi orizzonti di emancipazione e di sviluppo(1). Una scintillante giostra mediatica sembra esser stata ideata proprio per diffondere quest’immagine.
L’attuale propaganda del progresso in Siria si fonda su tre principali temi: progresso tecnologico, progresso economico, progresso morale
1) Il progresso tecnologico. Si parla di informatizzazione del Paese? Ecco allora pronti i progetti d’apertura di una nuova ‘Facoltà di Scienze Informatiche’ alle università di Damasco e Aleppo (2). Ed ecco, presentate, al famoso centro espositivo della capitale numerose fiere sulle più moderne tecniche di comunicazione (DamasMedia nel maggio scorso) o le nuove tecnologie industriali al servizio del paese (InterTech 2000 e SyrianFood 2000 entrambe tuttora in corso).
Nella stessa direzione vanno poi l’annuncio di un imminente ampliamento della rete nazionale di telefonia mobile (inaugurata nel 1998) e la promessa che anche il
web sarà presto disponibile ad una larga fetta di utenti (3).
2) Il progresso economico. La strada che conduce al “benessere del terzo millennio” sembra passare anche attraverso una riforma del sistema economico: entro la fine dell’anno i mercati siriani saranno parzialmente aperti agli investimenti esteri. I politici, illustrando i numerosi benefici che questa manovra arrecherà al paese, annunciano al cittadino siriano che, a breve tempo, non sarà più costretto a recarsi, tra mille peripezie, fino a Beirut per aprire un conto in banca ed usufruire di una luccicante carta di credito. Oppure che, finalmente, potrà scegliere di usare i propri risparmi in fondi d’investimento privati. E che, forse, la vecchia automobile del ’82, acquistata dall’ultima grande partita proveniente dall’estero, potrà esser sostituita con una nuova, e a prezzi ragionevoli.
3) Il progresso morale. Anche la questione siriana di ‘mani pulite’ va, infine, inquadrata nello stesso contesto mediatico. Al di là dei dubbi se tale crociata moralizzatrice sia stata scatenata per un reale bisogno di trasparenza (in molti, all’estero, suggeriscono, che si sia trattato di una manovra politica per eliminare i nemici al giovane Bashar) è di certo rilevante il risalto con cui gli organi d’informazione hanno preso a trattare la vicenda; in alcuni casi, destano addirittura stupore i toni forti con cui vengono apostrofati quei politici caduti in disgrazia che fino a ieri erano osannati come benefattori.
E’ il caso, ad esempio, dell’ex primo ministro al-Zubi: dopo tredici anni di governo, accusato nel maggio scorso di essersi arricchito a spese dei contribuenti, è stato anch’egli coinvolto e spazzato via dal ciclone ‘mani pulite’ (4).
I titoloni apparsi sui quotidiani richiamavano direttamente le dichiarazioni rilasciate qualche mese prima dallo stesso Bashar, ancora quando quest’ultimo non ricopriva alcun ruolo politico ufficiale: “(…) nel corpo dello Stato si tratta di sostituire quegli elementi guasti e malati con delle membra giovani e sane (…)” (5). Con una mentalità politica più sana, senza più rashawàt (bustarelle) e wastàt (raccomandazioni) il futuro del paese dovrebbe esser più sereno…
Ma oltre la tinta…
Da quel che fin qui appare, quindi, una vera ventata d’aria fresca sembra stia soffiando su tutto il paese. Ma cosa, in realtà, potrà cambiare nel prossimo futuro? Questa prima mano di vernice sarà forse l’inizio di una più profonda opera di riforma o si tratta, invece, di una semplice imbiancata su antiche crepe e vecchie macchie d’unto?
Di certo, sono in molti ad osservare che anche nel caso in cui si raggiungano quei ‘sospirati’ traguardi economici ciò non potrà recare al paese benefici reali e duraturi, anzi, c’è chi teme, memore delle più recenti esperienze occidentali, che proseguendo in questa direzione si finisca per creare forti disuguaglianze nel paese, svelando quelle tensioni che da tempo giacciono sotto l’intonaco.
Inoltre, se di vera modernizzazione tecnologica si tratterà, quanti siriani avranno la reale possibilità e la capacità di sedersi di fronte al computer e di avventurarsi nella ‘Rete’ se il 30% della popolazione è ancora analfabeta? Quanti potranno pensare all’ultimo modello di portatile se un siriano su cinque deve ancora pensare al pane quotidiano? (6).
Per quanto riguarda, infine, la lotta alla corruzione, sappiamo quanto sia facile parlare di ‘rivoluzioni bianche’, di ‘morale rinnovata’ e quanta pazienza e quanto tempo, invece, occorrano per modificare un malcostume sociale così diffuso e radicato…In questo la Siria non è certo un’eccezione.
…i pensieri sottovoce dei siriani
Cogliendo le confidenze fra la gente comune, specie gli anziani sono convinti, di fondo, che nulla cambierà ed in molti confessano di essere certi di trovarsi dinnanzi alle solite false promesse, ai soliti proclami, ai soliti “si farà”, ai “sarà” ai “presto avrete…”. Sono consci che nessun nuovo presidente, per quanto giovane e dalle buone intenzioni, potrà cambiare lo stato di cose in poco tempo.
Un misto di saggezza e rassegnazione, ma anche di profonda inquietudine per il futuro si coglie nelle loro parole. I moltissimi giovani, dal canto loro, seguono corsi d’informatica e s’iscrivono in quelle facoltà che più di altre sembrano proiettarli verso un futuro tecnologico; ma se in apparenza credono al nuovo vangelo della modernizzazione, in realtà ammettono di non essersi mai illusi: in questo stato di cose essi ci sono nati e cresciuti e dichiarano senza imbarazzo di non poter immaginare il proprio avvenire nella Siria attuale; una laurea in ingegneria, un diploma in inglese, assieme ad una giusta ‘spinta’ in qualche ambasciata occidentale ed una ragguardevole somma di danaro, costituiscono ancora il miglior passaporto per andarsene via, all’estero.
Dunque…
La Siria di Bashar al-Asad sta attraversando, senza dubbio, un periodo assai delicato. Una preoccupante crisi economica affligge il paese: per la seconda estate consecutiva la carenza d’acqua ha creato seri problemi alle coltivazioni ed ai cittadini; entro il 2007 le riserve di petrolio e di gas si esauriranno (7); l’agricoltura, vera base dell’economia del paese, è basata da più di vent’anni sull’assistenzialismo della cosiddetta “economia di guerra” ed una nuova riforma agraria diventa sempre più urgente; la crisi petrolifera dei paesi del Golfo rischia di rispedire a casa moltissimi siriani che vi lavorano, facendo così mancare alla Siria un importante fonte di guadagno: le preziose rimesse dei suoi emigranti.
Su tutto ciò incombono le pesanti incognite legate al processo di ‘normalizzazione’ con lo Stato d’Israele. Da una parte, un ipotetico accordo con lo Stato ebraico potrebbe risolvere alcuni nodi cruciali della regione, come la questione delle acque dell’Eufrate, direttamente legata ai rapporti con la Turchia, principale alleata di Tel-Aviv. Il contenzioso per le alture del Golan e, più in generale, i rapporti con Israele e Stati Uniti sono alla base di possibili accordi economici che potrebbero facilitare la riapertura dei mercati siriani con l’estero.
Dall’altra parte, un eventuale accordo con Israele aprirebbe una stagione di grandi incertezze. Su tutte, quella di un ridimensionamento delle spese militari. Con le tensioni che ciò potrebbe creare all’interno del sistema di potere: in caso di accordi, la nutrita casta di militari siriani, abituata per anni alle vacche grasse dello “stato di guerra permanente”, che ruolo finirebbe per avere in tale contesto? E chi, tra i generali che ancora oggi comandano in Siria, avrebbe il reale interesse, firmando la ‘pace’, a sottoscrivere la perdita del proprio potere e privilegio?
Nubi cupe e minacciose si addensano all’orizzonte siriano, allontanando qualsiasi rosea previsione di benessere e sviluppo. La ‘propaganda del cambiamento’, in questo delicato momento forse necessaria al governo, non sembra convincere molto né gli osservatori stranieri né, tanto meno, il popolo siriano.
Quest’ultimo,consapevole che un processo di riforma non sarà certo immediato né indolore, guarda oggi al suo nuovo e giovane ra’is. E Bashar al-Asad sarà in grado di guardare davvero al suo popolo?
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NOTE
1) Già nel lontano 1995, si ricorderà, dal padre vennero affidati a Bashar importanti dossier in vista della successione: l’eliminazione politica dello zio Rif‘at, la cura degli interessi siriani in Libano, la lotta alla corruzione e la guida del processo
di informatizzazione del paese.
2) ‘Alamuna (Il nostro mondo), settembre 2000, p.19, Beirut.
3) Fino a qualche mese fa Internet era accessibile, con molte restrizioni, solo da alcuni enti governativi e da qualche compagnia privata controllata mentre da poco due internet-cafè hanno aperto a Damasco.
4) Il 22 maggio scorso, dopo qualche ora dalla diffusione delle accuse, il corpo senza
vita dell’ex primo ministro viene rinvenuto nella sua residenza a Damasco; la versione ufficiale è il suicidio. Qualche giorno più tardi anche l’ex ministro dell’economia, Salim Yasin, quello dei trasporti Mufid Abd al-Karim ed il deputato Muhammad Haidar vengono arrestati ed accusati di ‘corruzione ai danni dello Stato’.
5) Intervista apparsa il 4 febbraio scorso sul quotidiano libanese al-Kifah al-‘Arabi
(La lotta araba), Beirut.
6) Voce “Syrie” in: État du Monde, Annuaire économique et géopolitique mondiale, Découverte, Paris, 1999.
Presento qui di seguito una serie di miei scritti, per lo più descrittivi e realizzati nell’immediatezza degli eventi in Siria, dal 27 novembre fino al 27 dicembre 2024. Per gli altri contenuti audio e video si rimanda ai link all’interno del documento PDF qui allegato.
di Noor Hariri. I media descrivono quanto accaduto l’8 dicembre come un evento storico senza precedenti. A ciò aggiungo: è un evento psicologico senza precedenti. Un evento che, dal punto di vista della psicoanalisi, rappresenta un trauma che ci ha scossi tutti in modi e gradi diversi, trapassando la rete delle relazioni psicologiche interiori che generavano il senso su cui costruiamo la nostra esistenza.
Forse questo evento è il più importante, potente e duro trauma psicologico nella vita dei siriani, indipendentemente dalle loro posizioni, opinioni o modalità di pensiero attuali.
Un evento che penetra il nostro essere, distrugge tutte le fondamenta su cui è stata costruita l’identità siriana: tutti i valori, i criteri, le parole, tutte le paure e le credenze. Distrugge il gusto estetico e i sensi, scuote ogni cellula del corpo e ogni pensiero della mente, e ci riforma da capo, ma senza garanzie o soluzioni certe o immediate.
Alcuni di noi sono travolti dall’euforia della vittoria, mentre altri cominciano a sentire il trauma. E si chiedono: e ora? Chi sono io? Torno? Me ne vado? Ho un ruolo nella nuova Siria?
Alcuni si aggrappano al momento felice e ora non riescono a provare alcuna paura. Altri non provano altro che paura. E si concentrano solo sulle minacce imminenti.
Alcuni bruciano la bandiera rossa che ha accompagnato l’esistenza del vecchio regime e si adornano di verde. Mentre altri implorano: per favore, non bruciate la mia bandiera, questa non è del regime, lasciatemi la bandiera rossa e basta.
Con ciò stanno dicendo: lasciatemi vivere con ciò che mi rimane, lasciatemi qualcosa del mio “io”, qualcosa che posso comprendere.
Alcuni, quelli che hanno perso tutto, sono in grado di distruggere facilmente. Altri non possono distruggere, perché distruggere il regime significa distruggere il proprio io, formato su di esso.
E anche se la felicità per questo evento pervade tutti, molti si chiedono: davvero se ne andrà così semplicemente? Scomparirà con questa banalità?
Quel nemico che abbiamo a lungo odiato, o amato, scompare così? Il più stupido film hollywoodiano ci permetterebbe almeno di vedere il nemico soffrire, subire un processo adeguato alle sue azioni e crimini. E invece, il nostro nemico scompare in questo modo?
Chi è ora il nemico? Oppure chi è ora il padre (nel senso psicoanalitico)? Chi odiamo adesso? O chi amiamo? Chi riempirà questo vuoto nelle nostre anime?
Alcuni riempiono questo vuoto, odiando l’altro e rendendolo il nuovo nemico o idolatrando un nuovo simbolo. Altri ancora lo riempiono con l’amore, il lavoro, la costruzione e il pensiero sul futuro.
Ma ci sono, dietro questi schermi, persone senza voce, senza volto, senza energia. Persone più coraggiose di me e di te, perché non riescono a riempire questo vuoto né a riformare il proprio io così facilmente. Non riescono a odiare del tutto, né ad amare del tutto. Non riescono a trovare un nuovo nemico o un nuovo simbolo da idolatrare per dare senso alla loro esistenza. Questi sono quelli che hanno rimandato il loro dolore per lungo tempo, reprimendo il proprio grido per anni.
In psicoanalisi, questo tipo di depressione e dolore si chiama melanconia, un dolore incompleto e insolubile, un dolore causato dalla perdita, ma in cui la perdita stessa ha perso il proprio oggetto. Judith Butler lo descrive come un desiderio di dolore e un’incapacità di elaborarlo, mentre Hegel lo definisce come “la perdita della perdita”.
Nonostante tutto ciò, vedo questa crisi, in tutte le sue forme, come la più importante della nostra vita. Ci permetterà di creare un nuovo senso per la nostra esistenza e di pensare a nuove definizioni, lontano dai modelli preconfezionati, per la patria, il patriottismo, la dignità, le questioni grandi e piccole. Dobbiamo affrontarla con forza, coraggio e apertura.
Misericordia per le anime dei martiri. E forza e sicurezza per tutti noi. Non amo la parola “tolleranza” né espressioni come “amatevi l’un l’altro” e simili.
Preferisco la parola “comprensione” o anche “empatia”. Se uno di noi non riesce a comprendere l’altro, allora cerchi almeno di empatizzare con lui.
10 dicembre 2024 (tradotto dall’arabo il 13 dicembre 2024)
(di Lorenzo Trombetta) (ANSA) – ROMA, 09 DIC – Un ex studente siriano di medicina, finito nelle carceri politiche del regime 13 anni fa perché aveva partecipato alle proteste governative del 2011, non ricorda nulla, nemmeno il suo nome. E i familiari faticano a riconoscerlo dietro il volto emaciato e trasfigurato dalle torture. Una donna esce dalla cella con quattro bambini, ma non sa chi è il loro padre. Mentre rivede la libertà dopo ben 43 anni di carcere Raghid Tatari, il decano dei prigionieri politici siriani, pilota militare imprigionato perché si era rifiutato di bombardare i civili durante il massacro di Hama compiuto dal governo nel 1982.
Sono solo alcune delle numerose storie dell’orrore e di liberazione che emergono dagli abissi oscuri delle famigerate ma impenetrabili carceri-mattatoi dell’ormai dissolto regime, incarnato per più di mezzo secolo dagli Assad. Sono ancora diverse migliaia i desaparecidos finiti, alcuni da più di 40 anni e spesso senza mai un processo, nelle segrete stanze di tortura nel sottosuolo di caserme e centri di detenzione.
Si stima che più di un migliaio di questi siano libanesi, rastrellati dalle truppe siriane durante la guerra civile del Libano combattuta tra il 1975 e il 1991. Queste e altre vicende del passato tornano prepotentemente d’attualità. Nelle ultime 24 ore le tristemente note prigioni politiche di Saydnaya e di Adra, attorno a Damasco, sono state letteralmente circondate e, in parte, invase da migliaia di familiari degli scomparsi, giunti a piedi e in auto alla ricerca dei loro cari o di tracce dei loro familiari nelle celle e negli angusti corridoi.
Le fazioni armate che tra sabato e domenica scorsi hanno preso il controllo della capitale e delle altre città “liberate” di Latakia, Hama, Tartus, hanno chiesto l’aiuto della Protezione civile della regione di Idlib, da anni sotto il controllo delle opposizioni e per questo abituata a scavare sotto le macerie degli edifici crollati durante i ripetuti bombardamenti governativi e russi.
Finora però i Caschi bianchi non sono riusciti a trovare alcun passaggio che possa condurre sotto presunti piani sotterranei del carcere di Saydnaya, sigillati dalle guardie carcerarie prima di darsi alla fuga sabato scorso. Il comitato delle famiglie dei prigionieri di Saydnaya riferisce che il carcere è ormai svuotato e che non sono stati trovati livelli sotterranei oltre a quelli già ispezionati nella cosiddetta Zona Rossa.
Lo stesso comitato dei familiari ha ricordato che attorno a questi centri di detenzione il regime aveva posto cinture di mine anti-uomo e anti-carro e invita i civili ad evitare assembramenti nelle aree circostanti. A Saydnaya, come ad Adra, dove c’era anche la sezione femminile, una serie di celle e corridoi sono stati sigillati da cancelli blindati e chiusi elettronicamente. Prima di fuggire, i secondini hanno disattivato parte della rete elettrica delle prigioni, bloccando di fatto gli accessi a queste zone delle carceri.
Le telecamere di sorveglianza sono rimaste però attive e dalla sala comandi erano invece visibili i detenuti, rimasti oltre i cancelli e ancora ignari di quello che stava succedendo oltre le sbarre e in tutto il Paese.
“Cosa succede?!”, chiede affannosamente un uomo accecato dalle torce dei cellulari dei soccorritori dentro il carcere di Saydnaya. “E’ caduto Assad!”, gli risponde qualcuno. (ANSA).
(di Lorenzo Trombetta) – ANSA – 8 DIC – Con la dissoluzione del regime di Bashar al Assad, con l’incalzare delle annessioni israeliane di territorio siriano, e con la permanenza delle forze di occupazione turche e americane nel nord e nell’est del paese, ci si interroga sulle prospettive che attendono il paese martoriato da 14 anni di guerra.
Tre ipotesi emergono con maggiore frequenza: lo scenario “libanese”, oppure quello di una transizione ordinata sotto egida Onu. O il rischio di uno scenario “libico”.
Scenario libanese: la prima ipotesi vede la Siria seguire un modello simile al Libano, con un fragile equilibrio tra le comunità religiose ed etniche. In questa prospettiva, le potenze straniere – Usa, Turchia, Russia, Israele – manterrebbero un’influenza diretta sul Paese attraverso alleati locali, stabilendo una spartizione informale del potere. Lo Stato, formalmente unitario, resterebbe poco più che un guscio vuoto, con leader locali che gestirebbero i propri feudi. Ciascun gruppo alimenterebbe clientele e corruzione, assicurando così l’influenza dei propri patroni stranieri. Sebbene questo scenario sembri garantire una parvenza di stabilità, comporterebbe il rischio di una paralisi politica cronica. Come in Libano, le tensioni tra le comunità rischierebbero di esplodere periodicamente, mentre la popolazione continuerebbe a soffrire di servizi pubblici carenti e di una stagnazione economica.
Transizione ordinata: la via della risoluzione Onu 2254 del 2015 offre una base per lo scenario più auspicabile da parte della comunità internazionale. Il percorso prevede un processo teorico chiaro ma complesso da applicare: mantenimento delle istituzioni dello Stato – distinto dal regime – inclusi le forze armate regolari e l’amministrazione civile, e un processo politico supervisionato da attori internazionali. Un comitato costituzionale, rappresentativo di tutte le componenti politiche, etniche e religiose, sarebbe incaricato di redigere una nuova costituzione. Tale processo includerebbe anche i curdi, oggi ai margini nelle regioni nord-orientali controllate dagli Usa. Una volta completata questa fase, nuove elezioni garantirebbero la partecipazione di tutte le forze politiche, dai partiti storici come il Baath ai nuovi movimenti, compresi quelli islamisti radicali. –
Lo spettro libico emerge come il peggiore per la Siria, che rimarrebbe un paese ostaggio di una miriade di signori della guerra, forze straniere e gruppi estremisti, tutti impegnati in una competizione violenta per il controllo delle risorse e del potere. La popolazione continuerebbe a vivere nell’incertezza e nella miseria. Con una crisi economica dilagante, i siriani sfollati – circa 13 milioni tra rifugiati all’estero e sfollati interni – vedrebbero allontanarsi ulteriormente ogni speranza di ritorno. Questo scenario, caratterizzato dall’assenza di uno Stato centrale funzionante, lascerebbe la Siria in un limbo per anni. Ma consentirebbe alle potenze esterne – in primis Usa, Turchia e Iran, che oggi beneficiano del collasso di russi e iraniani – di rimanere dominanti nella regione. (ANSA).
(di Lorenzo Trombetta) (ANSA) – ROMA, 07 DIC – Ore fatali circondano il destino politico della Siria, travolta da una guerra mondiale in corso sul suo territorio da quasi 14 anni, e che si appresta a scrivere una nuova pagina al libro della sua storia millenaria: il presidente Bashar al Assad, da un quarto di secolo al potere dopo averlo ereditato dal padre Hafez per trent’anni ai vertici del regime, è da più parti indicato come un raìs in fuga mentre gli insorti dal sud e dal nord del Paese sono già alle porte di Damasco.
Dopo una clamorosa e inaspettata marcia trionfale, cominciata solo dieci giorni fa dalla remota regione nord-occidentale di Idlib al confine con la Turchia, che ha travolto roccaforti governative, russe e iraniane come Aleppo e Hama. Sulla sorte del raìs, intanto, si riconcorrono le indiscrezioni che lo vedono tutte già fuori dalla Siria, in fuga, nonostante il suo ufficio abbia provato a smentire le voci, affermando che si trova ancora a Damasco. Secondo fonti informate alla Bloomberg sarebbe invece a Teheran, pronto a trattare anche per un esilio sicuro.
“Non è in nessuna parte della capitale”, hanno rilanciato anche alcuni media Usa, mentre qualcuno non esclude possa essere anche a Mosca. A Doha, in Qatar, intanto si è svolta l’attesa riunione cui hanno partecipato i ministri degli esteri di Russia, Iran e Turchia. Nelle stesse ore, ma prima che il presidente eletto americano Donald Trump affermasse che non è interesse di Washington farsi coinvolgere nel conflitto siriano, si è riunito nella capitale sul Golfo il quartetto di Paesi occidentali molto vicini a Israele: Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania.
Hafez al-Asad, in alto a sinistra, e la sua famiglia. con Bashar il terzo da destra
E secondo fonti presenti alla riunione, a cui hanno partecipato rappresentanti dell’Ue e l’inviato speciale Onu per la Siria, Geir Pedersen, dall’incontro è emersa la volontà occidentale di avviare a Ginevra, la settimana prossima, un processo di transizione politica post-Assad che eviti nuovi spargimenti di sangue e allontani lo spettro del collasso dello Stato siriano (distinto dal regime) mettendo allo stesso tavolo tutte le parti coinvolte: gli esponenti del sistema-Assad ma non direttamente collusi col presidente e col fratello Maher (a capo della guardia dei pretoriani e considerato vicino agli iraniani) e gli esponenti dell’avanguardia dell’offensiva militare, il gruppo armato Hayat Tahrir ash Sham, guidato dal leader ed ex capo di al Qaida in Siria, Abu Muhammad al Jolani.
Nonostante Hts sia definito da anni un “gruppo terroristico” da Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna e Unione Europea, in Svizzera potrebbero arrivare esponenti di sigle minori ma di fatto legate a Jolani, così da non imbarazzare le cancellerie occidentali. Senza più il sostegno di Mosca, la struttura militare e politica della Siria degli Assad si è di fatto squagliata come neve al sole. Gli ultimi sussulti di resistenza lungo l’asse Aleppo-Damasco si sono visti a Homs, crocevia del Paese e porta di accesso per la regione costiera, dove la Russia mantiene la base navale di Tartus e quella aerea di Latakia, entrambe sul Mediterraneo.
E’ la stessa regione in cui i transfughi del regime, molti dei quali appartenenti ai clan sciiti-alawiti originari della regione costiera, si stanno arroccando in attesa di un negoziato. Intanto a Damasco gli insorti sono riusciti a raggiungere le tristemente note prigioni politiche del regime di Adra e Saydnaya, dove sono rinchiusi, tra gli altri, migliaia di prigionieri di coscienza, dissidenti, attivisti, oppositori. Molti di questi sono stati dati per scomparsi da anni, altri ancora non vedono la luce dagli anni ’80 del secolo scorso. (ANSA).