Autore: Lorenzo Trombetta

  • Violenza fa eco a sofferenza

    Violenza fa eco a sofferenza

    La rabbia con cui lo scorso 22 marzo il 34enne Muhammad Ghaleb Abu al-Qay’an (محمد غالب أبو القيعان) ha inflitto diverse pugnalate sul corpo della 43enne Laura Yitzhak in una stazione di servizio di Be’er Sheva, nel sud di Israele, non può passare inosservata. E va contestualizzata.

    Ci ha provato, ma solo in parte, il giornalista israeliano Amos Harel sulle colonne di Haaretz il giorno dopo a quello che da più parti è ormai classificato come “attacco terroristico” di Be’er Sheva e nel quale sono morte in tutto cinque persone: quattro persone uccise da Abu al-Qay’an e lui stesso, abbattuto da due altre persone sul posto.

    Sin dal titolo del suo articolo, Harel stimola il lettore a porsi una domanda essenziale: da dove proveniva l’autore dell’attacco. E si apprende che il 34enne Abu al-Qay’an era originario di Hura, una località del Neghev (النقب) tra Be’er Sheva (in arabo بئر السبع, i Sette pozzi) e la Cisgiordania.

    Indigenous (In)Justice: Human Rights Law and Bedouin Arabs in the Naqab/Negev

    Ahmad Amara, Ismael Abu-Saad, Oren Yiftachel
    Harvard University Press, 2012

    L’analisi però si ferma qui. E non va oltre questo accenno alla comunità beduina del Neghev. Si cita brevemente il tema del radicalismo, menzionando l’Isis, ma non si danno al lettore altri spunti di riflessione.

    Una delle domande centrali della questione rimane ancora senza risposta: da dove viene questa rabbia? Di quale sofferenza è figlia questa violenza?

    Appare solo come la punta dell’iceberg la foga con cui Abu al-Qay’an si è scagliato con la sua auto contro due delle sue vittime e con cui ha pugnalato le altre due.

    Su fonti aperte in arabo si apprende che l’assalitore, di cittadinanza israeliana, dal 2015 era stato per cinque (o quattro) anni in un carcere israeliano perché accusato di fare proselitismo in favore dell’Organizzazione dello Stato islamico.

    Abu al-Qay’an entra in carcere a 28 anni e ne esce a 32. Da due anni era disoccupato. E su di lui l’intelligence interna israeliana – si legge su fonti israeliane – manteneva la sorveglianza.

    Le fonti concordano nel dire che prima di finire dietro le sbarre lavorava, già da ventenne, come insegnante alle scuole superiori. E sostengono che il giovane fosse finito in carcere dopo esser stato scoperto che diffondeva volantini di adesione all’Isis presso i suoi studenti della scuola superiore di Hura.

    La versione che Abu al-Qay’an fosse dunque un “terrorista” dell’Isis è stata poco dopo confermata anche da media e analisti israeliani.

    E anche su questo aspetto la riflessione può fermarsi improvvisamente, senza farci addentrare nella complessità delle cose. Senza farci scendere sotto la superficie della ricostruzione mediatica per conoscere il resto dell’iceberg.

    Il giovane assalitore è nato nel 1988, quarant’anni dopo la nascita dello Stato di Israele. E’ originario di una comunità beduina del Neghev.

    Come i circa 200mila altri beduini israeliani della regione desertica del sud di Israele, anche Abu al-Qay’an porta con sé la sofferenza individuale e collettiva accumulata nel corso di generazioni.

    As Nomadism Ends. The Israeli Bedouins of the Negev

    Avinoam Meir
    Routledge, 1997

    Una sofferenza antica, fatta di privazione dei diritti fondamentali, di esclusione dai benefici della cittadinanza, di annientamento sistematico di un intrecciato insieme di comunità.

    Comunità di nomadi, semi-nomadi e sedentari, per secoli e fino a un secolo fa presenti nell’universo liquido dei deserti tra il Sinai e la Penisola araba, a ridosso delle realtà urbane e rurali dell’entroterra di Gaza e della Palestina interiore.

    Ancora oggi, queste comunità hanno legami che superano il confine nazionale di Israele e si relazionano a vari livelli con altre sfere regionali.

    Un servizio di Vice News del 2014. Simon Ostrovsky parla di pulizia etnica

    Della vicenda personale di Abu al-Qay’an si conosce assai poco. E per far luce sul movente della sua azione del 22 marzo scorso è necessaria una ricerca attenta. Non solo nei meandri della sua pur breve vita vissuta ma anche nelle pieghe delle frustrazioni e della rabbia di una intera comunità da decenni ai margini.

    Ma quel che è successo a Be’er Sheva non è necessariamente riconducibile a una sofferenza collettiva, a un moto di una intera comunità ai margini, espresso per mano di un singolo. Non conosciamo nulla della vita di Muhammad Ghaleb Abu al-Qa’yan, 34 anni.

    Certamente, non sfugge all’osservatore la contrapposizione tra quanto sosteneva nel gennaio scorso, prima degli attacchi di Be’er Sheva, l’attivista palestinese Samer Sinijlawi riguardo alla questione dei diritti delle comunità beduine del Neghev e quanto sosteneva invece Jeremy Saltan, deputato israeliano del partito Yamina del premier Naftali Bennet.

    Israeli State Policy Toward Bedouin Sedentarization in the Negev

    Ghazi Falah

    Journal of Palestine Studies, Vol. 18, No. 2, 1989, pp. 71-91, University of California Press

    In quei giorni la notizia riguardava le proteste di comunità beduine del Neghev contro il progetto governativo israeliano di sostituire con zone alberate una serie di aree dove sorgono località beduine mai riconosciute dalle autorità israeliane.

    Saltan e Sinijlawi erano stati invitati nello studio della tv all news israeliana i24 a commentare gli scontri tra polizia e manifestanti dell’area del Neghev.

    Saltan insisteva col dire che il deserto può essere trasformato in un giardino fiorito come è stato fatto in passato in altre regioni israeliane, e che la questione non è politica, ma che è stata politicizzata. Che si tratta solo di far piantare degli alberi.

    Sinijlawi dal canto suo affermava che il problema è invece eminentemente politico e che la questione delle proteste nel Neghev va considerate nella complessità del conflitto palestinese-israeliano, del tema dell’inclusione di alcune comunità e dell’esclusione di altre comunità da diritti di cittadini.

    Sinijlawi faceva notare che gli alberi, piantati da coloni israeliani ed esponenti delle destre israeliane lì dove sorgevano o sorgono ancora oggi abitazioni di beduini, servono a formalizzare l’opera di espulsione di fatto di queste comunità da quel territorio.

    Una vera e propria pulizia etnica, faceva notare nel 2014 il giornalista israeliano Simon Ostrovsky.

    Al di là della storia individuale di Abu al-Qa’yan, la storia del rapporto tra Stato di Israele e comunità beduine del Neghev è evidentemente ricca di fatti e si intreccia con la storia dei rapporti tra i poteri centrali che si sono succeduti nella regione e i poteri locali, sedentari e nomadi, che abitano da secoli queste terre.

    Per tentare di comprendere meglio cosa si muova sopra e sotto la brace negli individui e nelle collettività di questo angolo di Mediterraneo, sofferente e così ricco di potenzialità di sviluppo e stabilità, è bene cominciare a porsi alcune domande.

    domande iniziali per la ricerca
    • Di cosa parliamo quando parliamo di “beduini del Neghev”? E’ una comunità variegata al suo interno con una storia articolata, naturalmente collegata alla storia di altre comunità nella regione. Chi sono oggi i beduini del Neghev? Qual’è il loro status civile e politico? Quale la loro situazione socio-economica?
    • Quali dinamiche hanno caratterizzato nel corso del tempo i rapporti tra beduini del Neghev e i poteri centrali, non ultimo quello dello Stato di Israele?
    • Che rapporti intercorrono tra gli abitanti del Neghev, siano essi sedentari di religione ebraica e sedentari di origine nomade arabo-musulmani?
    • Che relazioni ci sono tra le comunità beduine del Neghev e gli altri palestinesi a Gaza, in Cisgiordania e nelle altre regioni della Palestina pre-1948?
    • In diverse interviste, discorsi e resoconti, la questione dei diritti dei beduini del Neghev appare come una questione interna allo Stato di Israele, tra cittadini considerati di serie B da autorità centrali che discriminano in base all’appartenenza comunitaria. Ma è soltanto una questione interna a Israele o riguarda il più ampio rapporto tra Israele e le popolazioni palestinesi in tutta la loro varietà?
    • Qual’è la posizione dei partiti palestinesi rappresentati nella Knesset, il parlamento israeliano?
    • Quali sono le caratteristiche del dibattito pubblico e istituzionale israeliano rispetto allo statuto delle comunità beduine del Neghev?
    • E qual’è il dibattito pubblico, politico e istituzionale palestinese relativo a queste comunità?
    • I beduini del Neghev sono collegati politicamente, economicamente, a livello di parentela, con altre comunità extra-palestinesi ed esterne al contesto israeliano, presenti nelle regioni limitrofe del Sinai, della Giordania, dell’Arabia Saudita, oppure distanti fisicamente ma comunque in relazione con la gente del Neghev?
    • Qual’è la biografia di Abu al-Qay’an? Quale la storia della sua famiglia? Cosa è successo nella sua vita?
    • E’ possibile confermare o smentire la sua presunta vicinanza all’Isis? Cosa significa aderire all’Isis in una realtà come quella del Neghev israeliano oggi?
    • Quali sono le condizioni socio-economiche di questa regione alla luce delle crisi finanziarie regionali, delle ripercussioni della pandemia?
    • Perché i due fratelli di Abu al-Qay’an sono stati arrestati dalla polizia subito dopo l’attacco del 22 marzo? L’accusa è di “non aver evitato” che Abu al-Qay’an compisse l’attentato. I due fratelli non possono essere visitati in carcere dagli avvocati, per quale motivo si assumono queste misure che appaiono punitive nei confronti della famiglia dell’attentatore?
    “Per quanto voi abbiate fatto terra bruciata, noi rimaniamo” (10 marzo 2004. Pesticidi spruzzati su terreni agricoli vicino a Hura, nel Neghev (https://www.naqab.org/resources).
    PERCHE’ Sono IMPORTANTI QUESTE DOMANDE
    • Per contribuire a fornire alle autorità locali e centrali possibili soluzioni perché l’attacco del 22 marzo non si ripeta.
    • Per ricostruire la complessità della situazione attuale e capire meglio le ragioni profonde della sofferenza e della rabbia.
    • Per dare profondità al contesto personale e familiare di Abu al-Qay’an, inserendolo nel contesto più ampio.
    • Per provare a suggerire modalità di trasformazione virtuosa del contesto e dei rapporti tra le comunità del Neghev. Modalità che vadano oltre l’approccio repressivo, poliziesco, di sicurezza, della “lotta al terrorismo”.
    • Per tentare di suggerire modelli di sviluppo inclusivo a livello locale che possano generare stabilità, sicurezza e soprattutto benessere. E che possano rappresentare un esempio per altre aree connotate da tensioni, conflitti, rabbia e sofferenza.

    N.B. Questo post è stato scritto prima di altri due attacchi analoghi verificatisi in altre località israeliane nei giorni successivi al 22 marzo. La cronaca cambia, la necessità di porsi domande per contestualizzare gli eventi rimane.

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  • Lo stipendio in fabbrica

    Lo stipendio in fabbrica

    “Lo stipendio lo ritirano le vostre mogli alla fabbrica del ferro”. Così l’interprete siriano ha spiegato agli aspiranti mercenari siriani, pronti a firmare un contratto di tre pagine in russo per andare “quanto prima” a combattere in Donbass, sul fronte ucraino a fianco delle forze di Mosca.

    “La fabbrica del ferro” è uno dei complessi industriali nella zona costiera di Latakia, nel nord-ovest del paese, di proprietà e gestita dalla famiglia Jaber, nota perché due suoi esponenti hanno svolto, e svolgono ancora oggi, un ruolo di primo piano come leader di gruppi armati locali cooptati dal governo centrale e dalle forze russe.

    Il ruolo di intermediari locali siriani emerge prepotentemente nelle testimonianze da me raccolte nei giorni scorsi nelle regioni di Tartus e Hama a proposito dell’arruolamento di combattenti da parte di rappresentanti russi in Siria.

    Al di là della confusione che regna tra le fonti sui diversi ruoli assunti nel tempo da Ayman e Muhammad Jaber, le fonti concordano nel dire che entrambi sono tra i rappresentanti siriani di maggior rilievo del potere militare e politico di Mosca in Siria.

    Ayman Jaber in particolare emerge come una figura di spicco. E’ da anni noto come il “magnate siriano del ferro”. E dal 2012 è inserito nella lista delle personalità siriane colpite da sanzioni dell’Unione Europea. Legato a doppio filo a Rami Makhluf, cugino del presidente Bashar al-Asad, i beni di Ayman Jaber sono stati congelati dal governo di Damasco nel 2020, in corrispondenza con la confisca dei beni dello stesso Makhluf, caduto in disgrazia due anni fa.

    Il gruppo armato “Falchi del deserto” era stato già sciolto nel 2017, ben cinque anni fa. E molti dei suoi membri sono andati a ingrossare le file di altri gruppi armati, altri ancora sono rimasti senza lavoro fisso e vivono di espedienti, come uno delle persone che hanno condiviso con me la testimonianza circa l’arruolamento di combattenti siriani da inviare in Donbass.

    E’ illuminante notare come le forze militari russe in Siria abbiano oggi attivato la loro rete siriana di intermediari per procedere alla fase di arruolamento. Non c’è solo l’articolazione di Latakia, attorno alla famiglia Jaber e alla “fabbrica del ferro”, dove le mogli dei combattenti in Ucraina potranno “ritirare lo stipendio”.

    ALCUNE DOMANDE DI PARTENZA
    • E’ possibile mappare le articolazioni del potere russo in Siria?
    • E sovrapporre questa rete con quella di altri poteri, locali e stranieri, sul territorio siriano?
    • Si può ipotizzare che almeno alcuni di questi intermediari di quello o di quell’altro attore svolgano il ruolo per più clienti?
    • In particolare, attraverso lo studio della biografia di Ayman Jaber, estesa evidentemente al periodo pre-2011, è possibile identificare i collegamenti che nel corso del tempo questo individuo ha intessuto con esponenti istituzionali ed extra-istituzionali siriani e stranieri?
    • Nel caso dei fratelli Jaber, traspare dal racconto delle fonti primarie e da quelle secondarie aperte una sovrapposizione tra la dimensione governativa siriana e quella extra-governativa, dominata dall’elemento russo rispetto a quello damasceno: uno è indicato come il comandante di una milizia rientrata sotto l’ombrello di Mosca e l’altro è indicato come il comandante di un corpo dell’esercito regolare siriano, nel 2017 ripreso accanto al generale Ali Ayyub, capo di Stato maggiore dell’esercito di Damasco. In che modo le molteplici dimensioni (nazionale/straniera, istituzionale/para-istituzionale) di queste dinamiche si sovrappongono? E in che modo questa eventuale sovrapposizione influenza gli stessi meccanismi di potere su scala locale, nazionale, regionale?
    • Il fatto che “gli stipendi” dei mercenari saranno “distribuiti alla fabbrica del ferro” indica esplicitamente la volontà di Mosca di non coinvolgere direttamente le istituzioni governative siriane. Quanto è profondo e reale quello che appare come un livello parallelo (gestito da Mosca e non da Damasco) della governance locale e nazionale siriana?
    perchE’ queste domande sono importanti?
    • Per tentare di capire quali entità compongono l’insieme “regime siriano”.
    • Per provare a comprendere la molteplicità dell’egemonia russa nei vari territori siriani. Una egemonia che non si muove solo su un binario istituzionale e verticale (Mosca-Damasco-realtà locali) ma che sfrutta numerosi canali di potere alternativi al passaggio istituzionale col potere centrale di Damasco.
    • Per tentare di immaginare quale possono essere le prospettive temporali di questa dinamica di potere tra un attore esterno molto influente su scala regionale e globale come la Russia e una serie di entità siriane.
    • La dinamica dei rapporti tra Mosca e i Jaber illustrano inoltre come personaggi chiave su scala locale che, per varie ragioni, vengono escluse dal potere centrale, rimangono comunque attive come risorse per il potere straniero.
    • Per analizzare la profondità nel tempo e nello spazio di pratiche clientelari che generano tensione sociale e quindi il conflitto stesso; che rafforzano la frammentazione territoriale siriana (i cosiddetti “spoiler della pace”); che alimentano retoriche e pratiche esclusive su base identitaria (“noi” vs “loro”); che fomentano radicalismi e contro-radicalismi (“minoranze vittima di terroristi”).

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  • La steppa sfugge al controllo

    La steppa sfugge al controllo

    Ma la mera dinamica militare in corso nel triangolo di territorio stepposo (Badiya) compreso tra le città di Hama, Raqqa e Dayr az-Zawr indica lo svolgersi nel tempo lungo di altre dinamiche socio-politiche.

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    “(…) Sin dalla metà del XVIII secolo si registrò un’accelerazione significativa nel processo di trasformazione del contesto della steppa a seguito di una serie di eventi esterni con forti ripercussioni interne.

    Le turbolenze sociali e politiche verificatesi attorno ai primi tentativi sauditi e wahhabiti di costituire un potere alternativo a quello ottomano nell’area del Golfo spinsero alcune tribù della confederazione degli Shammar, presenti ai margini settentrionali della Penisola araba, verso la valle dell’Eufrate.

    A loro volta, alcune tribù della confederazione degli ‘Anaza furono sospinte verso i territori a est di Aleppo, mentre i Rawalla raggiunsero i margini delle zone rurali irachene. 

    Questi massicci movimenti migratori raggiunsero le zone rurali ai margini delle grandi città di Damasco e Aleppo. In poche decine di anni un vero e proprio terremoto sociale investì la regione di Tadmur (Palmira) e la Jazira, finendo per alterare in maniera profonda l’equilibrio della Badiya e il suo rapporto con gli ambienti circostanti.

    In quel contesto esistevano già due poli egemonici in relazione fra loro in maniera dinamica: da una parte le città-campagna, che proiettavano all’esterno la propria forza produttiva, commerciale, politica e culturale fin dentro allo spazio tribale; dall’altra, le potenti confederazioni tribali che premevano sull’area urbana e rurale, ma che si rifugiano nella natura desertica della Badiya. Qui regnava l’insicurezza alimentare e idrica, le comunicazioni erano rarefatte, le vie stradali erano poco pattugliate e incerte, e il potere centrale non aveva i mezzi per imporre la riscossione delle tasse e l’arruolamento di uomini in armi.

    Per lungo tempo i sedentari avevano sentito il bisogno di affidarsi alle tribù nomadi per rimanere protetti dalla steppa e nella steppa. In cambio, i sedentari delle zone rurali e delle città avevano approfittato dell’accesso da parte dei beduini ai servizi offerti dalle aree urbane. Le città erano – e sono ancora oggi – un luogo dove i beduini trovavano medici e medicinali, vendevano prodotti caseari e del loro artigianato, compravano i frutti della terra e opere dell’artigianato e dell’industria locale. Questo rapporto subì un’alterazione nel corso del XIX secolo, proprio a seguito dei movimenti migratori avvenuti tra la Penisola araba e la Mesopotamia. 

    La pressione dei nuovi gruppi nomadi a ridosso delle città generò inquietudine presso le comunità agricole, le élites locali dominanti e il potere centrale di allora, rappresentato dall’Impero ottomano. 

    Intorno alla metà dell’Ottocento, nel contesto delle riforme amministrative e politiche promosse da Istanbul per cercare di rallentare il processo di contrazione egemonica interna e contenere le minacce esterne, i territori di Tadmur (Palmira) e la valle dell’Eufrate entrarono così gradualmente, e per la prima volta in epoca moderna, nello spazio politico siriano. 

    Il centro del potere guardava infatti alla frontiera orientale come una risorsa da inglobare nell’Impero. Per Istanbul si trattava di incorporare una vasta zona per secoli rimasta di fatto fuori dal controllo ma sempre più vista dalle potenze coloniali come un’area strategica tra Mediterraneo e Oceano Indiano. Nel 1852 l’allora insediamento urbano di ad-Dayr divenne il centro amministrativo di una

    nuova provincia ottomana. In quegli stessi anni, e nell’ambito della negoziazione tra potere centrale e poteri locali, le truppe imperiali condussero una serie di campagne militari per spingere le tribù locali ad accettare le  condizioni del nuovo statu quo. A partire dai primi anni Sessanta (…)”. (p.123-5).

  • Lotta alla corruzione prima delle elezioni

    Lotta alla corruzione prima delle elezioni

    Riad Salame, da 30 anni inamovibile governatore della Banca centrale libanese, è sempre più al centro di una lotta intestina tra le élite politiche libanesi, al potere anch’esse dalla fine formale del conflitto intestino (1975-90). Questa lotta si sta inasprendo ora che nel paese si avvicinano le attese lezioni legislative del 15 maggio prossimo.

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    Da una parte, c’è il fronte pseudo-giustizialista incarnato dal partito della Corrente patriottica libera, fondato dal presidente della Repubblica Michel Aoun (il cui mandato scade formalmente quest’anno), da 16 anni alleato degli Hezbollah vicini all’Iran, e guidato di fatto dal genero di Aoun, Gibran Bassil.

    Dall’altra parte c’è un altro inamovibile esponente dell’oligarchia libanese: Nabih Berri, presidente del parlamento a vita, leader del movimento Amal alleato anch’esso degli Hezbollah, e sponsor principale di Salame.

    Salame, già inquisito in diversi paesi europei per una serie di illeciti finanziari, è sotto inchiesta in Libano assieme al fratello Raja. A guidare le iniziative giudiziarie senza precedenti c’è il giudice Ghada Aoun, non un parente del capo di Stato ma considerata da più parti vicina al presidente Michel Aoun.

    Nonostante le misure giudiziarie, intraprese dal giudice Aoun con un ritmo sempre più serrato in questi primi mesi del 2022, Salame non solo non è finito i carcere ma non si è nemmeno dimesso. Continua ad affermare che le accuse sono infondate e che lui ha già dimostrato di non aver commesso alcun illecito.

    Il giudice Aoun ha anche emesso un mandato di comparizione nei confronti del capo della polizia, Imad Uthman, accusato di non aver eseguito l’ordine di arresto nei confronti di Salame. Ma anche Uthman, protetto dall’ex premier Saad Hariri e dallo stesso Berri, è ancora al suo posto.

    In Libano non si sta svolgendo una partita tra buoni e cattivi. Tra chi vuole la giustizia e vuole genuinamente lottare contro la corruzione e chi invece si trincera dietro le immunità istituzionali per sfuggire alla legge.

    Prima di giungere a conclusione su una vicenda ancora tutta da scrivere, suggerisco di porsi una serie di domande chiave, a cui non sempre sarà facile trovare risposta immediata.

    ALCUNE DOMANDE DI PARTENZA
    • Quando la giustizia libanese ha cominciato a interessarsi all’operato di Salame? Prima o dopo il palesarsi della crisi libanese nell’autunno del 2019?
    • Quale legame unisce Nabih Berri a Riad Salame? Berri protegge Salame perché quest’ultimo custodisce molti dei segreti sugli illeciti di Berri e degli altri signori del potere in Libano?
    • E quale rivalità scorre tra il presidente Aoun e Berri? Aoun e i suoi non hanno davvero nulla da temere dai segreti che potrebbe rivelare Salame?
    • Chi è Ghada Aoun e perché è indicata come vicina al capo di Stato?
    • Secondo quale meccanismo, il governatore della Banca centrale non si dimette se inquisito all’estero e in patria?
    • Perché le magistrature dei paesi europei, tra cui la Francia, hanno cominciato a interessarsi a Salame soltanto dopo il 2019? E’ forse saltato un patto politico tra alcuni sponsor europei dell’oligarchia libanese e la stessa oligarchia?
    • E che ruolo svolge in questa dinamica Hezbollah, alleato sia di Berri che di Aoun? Il Partito di Dio insiste nel mostrarsi come l’unica formazione politica non corrotta del Libano post-guerra civile. Hezbollah ha da temere da una eventuale apertura del vaso di Pandora dei segreti finanziari del Libano custoditi da Salame?
    • ….
  • Il potere oltre la lotta per la liberazione

    Il potere oltre la lotta per la liberazione

    A proposito di negoziazione e potere, nel maggio del 2021 scrivevo per LiMes, la rivista italiana di geopolitica, quest’analisi sulla dinamica di potere all’interno della Striscia di Gaza, dominata Hamas.

    E sostenevo che Hamas ha da tempo abbandonato la sua vocazione massimalista e di lotta, trasformandosi col tempo in un gruppo di potere radicato a Gaza, con ramificazioni regionali, e disposto a negoziare con tutti i diversi attori del contesto di cui fa parte, incluso Israele.

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    “L’organizzazione politico-militare Hamas, che da circa 15 anni domina la Striscia di Gaza, è oramai un’agenzia di servizi.

    I clienti del movimento islamico palestinese sono numerosi: Israele, prima di tutto. Poi l’Iran. Il Qatar e la Turchia. L’Egitto. 

    Ma il negozio è aperto al pubblico. E se domani l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti o addirittura gli Stati Uniti trovassero la formula giusta per rivolgersi, formalmente o sotto banco, a quest’agenzia di servizi, il portafoglio di clienti potrebbe allargarsi.

    Qualcuno potrà inarcare il sopracciglio e pensare che sia poco opportuna questa descrizione mentre è in corso l’ennesima carneficina in Medio Oriente.

    Sono ore in cui si ripropone una polarizzazione retorica ormai abituale: per alcuni il Hamas è una formazione terroristica, per altri è un movimento di resistenza.

    Certamente è una lettura sintetica, che non dà conto delle diverse fasi e delle differenti anime politiche e culturali che hanno animato Hamas dalla sua fondazione (nel 1987, l’anno in cui iniziò la prima Intifada) a oggi.

    Eppure è bene suggerire un cambio di prospettiva, soprattutto per comprendere l’estrema viziosità del circolo in cui si avviluppano da anni l’azione e la retorica delle parti coinvolte. Si può guardare al fenomeno Hamas tenendo conto delle risorse in campo, degli interessi in gioco e dei rapporti di potere tra gli attori che negoziano e che periodicamente si fanno la guerra.

    Prima di tutto, Hamas non è un monolite, bensì una struttura articolata al suo interno composta da individui organizzati in fazioni, caratterizzati da percorsi umani e professionali diversi, sparsi dentro e fuori la Palestina, più o meno affiliati con attori stranieri.

    In secondo luogo, bisogna considerare il capitale su cui si basano la forza e la longevità di Hamas: il territorio e la popolazione della Striscia di Gaza, strategico rettangolo di terra tra il deserto del Sinai egiziano, il mar Mediterraneo e Israele. Hamas senza Gaza sarebbe un lemma in un dizionario enciclopedico. E senza la gente della Striscia perderebbe un pilastro della sua legittimità: “il popolo”.

    Terzo punto: per mantenersi egemone su quel territorio e continuare a proporsi come un’agenzia di servizi, Hamas ha bisogno di legittimità interna, di risorse finanziarie, di mezzi militari e istituzionali e di sostegno esterno: tutti elementi che fanno parte del rapporto di scambio che intercorre tra il movimento palestinese e i suoi clienti. (…)”

    ALCUNE DOMANDE DI RICERCA
    • Quali sono le risorse, non solo territoriali e non solo materiali, presenti nella Striscia di Gaza?
    • Quali di queste risorse sono gestite da Hamas?
    • Qual’è la struttura interna di Hamas? Quali sono le stanze del potere all’interno del movimento islamico?
    • Chi sono le figure chiave ai vertici del movimento palestinese? Quali sono le biografie dei diversi esponenti di spicco dello stesso movimento?
    • In che modo Hamas gestisce il sistema di distribuzione dei servizi alla comunità locale?
    • Quali altri poteri locali esistono nella Striscia? E che rapporti hanno con Hamas?
    • Che rapporti politici ed economici esistono tra Hamas e Israele, tramite intermediari locali e/o stranieri?
    • Quali sono le fonti di sostentamento di Hamas?
    • In cambio di queste fonti, il movimento palestinese che obblighi ha nei confronti dei suoi partner, alleati, finanziatori?
    • …

    Buon proseguimento di lettura su Limes…

  • Mediterraneo allargato e tempi lunghi

    Mediterraneo allargato e tempi lunghi

    Il conflitto in Ucraina, con tutte le sue implicazioni, va infatti inserito in un’ottica di confronto tra Mosca e altri attori (partner o rivali che siano, a seconda del dinamismo della realtà) che viene da lontano [tempo] e che si intreccia con altre geografie [spazio].

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    Ecco perché, come fatto in questo articolo per LiMes, è importante ricordare la profondità storica e territoriale dell’azione russa nel Mediterraneo orientale, a partire dalla Siria e dai suoi dintorni.

    Qui di seguito, prima di lasciarvi alla lettura del mio articolo, lascio un appunto con alcune delle numerose domande di ricerca utili per indagare meglio e con maggior profondità il ruolo della Russia in Siria.

    ALCUNE Domande di ricerca
    • A quando risale l’alleanza tra Damasco e Mosca?
    • A quando risale la presenza militare russa in Siria?
    • Dove si trovano le basi e gli avamposti militari russi in Siria?
    • Con quali attori stranieri interagiscono le forze militari e politiche russe Siria?
    • Con quali attori siriani – locali e su scala nazionale – si relazionano i russi?
    • Quali risorse nazionali e locali presenti sul territorio siriano i russi controllano direttamente? E sulla gestione di quali risorse hanno influenza?
    • Oltre alla dimensione militare, in che altro modo si esprime la presenza/influenza russa in Siria?
    • I rappresentanti russi in Siria si occupano di amministrazione civile anche solo indirettamente?
    • Hanno accesso al settore della cooperazione allo sviluppo e al sostegno umanitario alla popolazione?
    • L’appartenenza alla chiesa ortodossa è un fattore politico nelle aree siriane dove sono ancora presenti comunità e autorità religiose ortodosse locali?
    • ….
    Carta di Laura Canali per LiMes, 2022

    Mosca ha costruito nel Levante una vasta rete di influenza, con basi sparse nel territorio siriano. Il coordinamento con americani, israeliani, turchi, curdi in nome dell’anti-jihadismo. Hard e soft power in salsa russa. Un trampolino verso Africa e Mediterraneo.

    Con tutti i riflettori puntati sul fronte caldo tra Ucraina e Russia, il 16 febbraio scorso il ministro della Difesa russo Sergej Šojgu si è recato in Siria. Dopo una breve e rituale stretta di mano col sorridente presidente siriano Baššār al-Asad a Damasco, Šoigu è stato accompagnato dagli alti quadri militari russi in Siria nella base di Ḥumaymīm, il quartiere generale delle operazioni belliche di Mosca lungo il fianco meridionale della Nato. Nei pressi dell’aeroporto di Latakia, nel distretto di Ğabla, Šoigu ha assistito al dispiegamento nel Mediterraneo orientale dei caccia MiG-31K armati con missili ipersonici Kinžal e dei bombardieri strategici Tupolev Tu-22M dotati di armi a lungo raggio. Questi velivoli, atterrati solo 24 ore prima dell’arrivo del ministro della Difesa russo, si sono uniti ad altri jet e unità navali di Mosca, attraccate al porto militare siriano di Ṭartūṣ, per partecipare a quelle che sono state definite le più massicce esercitazioni navali russe nel Mediterraneo dai tempi della guerra fredda 1.


    La campagna militare russa di Siria è cominciata nell’autunno 2015, ufficialmente con l’obiettivo di sostenere l’allora barcollante sistema di potere di Damasco, da decenni incarnato nella famiglia Asad, e di combattere il terrorismo, rappresentato dall’insurrezione dello Stato Islamico (Is). Sebbene l’alleanza tra Damasco e Mosca abbia quasi mezzo secolo di vita, non era mai accaduto nella storia che la presenza militare russa in questo angolo di Mediterraneo fosse così robusta e, ormai, consolidata (…).

  • Confessionalismo fa rima con clientelismo

    Confessionalismo fa rima con clientelismo

    Il dibattito pubblico sul Medio Oriente è molto spesso caratterizzato, anche in ambiti specialistici, dall’enfasi sul carattere assolutamente confessionale delle dinamiche sociopolitiche della storia e dell’attualità. Come se l’appartenenza a quella o a quell’altra comunità fosse il motore principale nel determinare traiettorie dei processi in corso.

    Quello che segue è un breve testo, presente nel mio ultimo libro e inserito all’interno di un’excursus storico, su come il confessionalismo politico sia stato – e sia ancora oggi – attivato molto spesso strumentalmente a fini egemonici in un’ottica clientelare.

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    Sono Lorenzo Trombetta. Per 25 anni ho vissuto e lavorato dall’altra parte del Mediterraneo. Leggi di più…

    “(…) Dalla metà dell’Ottocento a oggi il confessionalismo politico si è ormai da tempo affermato in diversi contesti mediorientali come una modalità di gestione del paradigma distributivo che assicura legittimità alle élite dominanti e che garantisce una sorta di continuità dello stesso sistema.

    I privilegi e i servizi sono distribuiti sulla base dell’appartenenza comunitaria secondo un processo dominato dalla relazione più o meno conflittuale tra gruppi di persone che si riconoscono uniti dall’appartenenza religiosa.

    Questi gruppi sono guidati da leader che ribadiscono continuamente in maniera implicita (Siria) o esplicita (Libano) la retorica della ‘minaccia’: la comunità è descritta come una ‘minoranza’ costantemente minacciata da una ‘maggioranza’.

    L’assenza di una adeguata rappresentanza istituzionale, per esempio, è vista come una mancanza di rispetto dei ‘diritti della comunità’ per cui tutti i membri della comunità sono chiamati a sollevarsi – con le parole o con le azioni – per rivendicare il rispetto dei ‘diritti comunitari’, rafforzando così la legittimità e l’autorità del leader di turno.

    Questo leader non chiama mai a raccolta i suoi seguaci per ‘attaccare’ altri gruppi bensì per ‘proteggere la comunità’ da attacchi sferrati sempre prima da altri.

    Perché la comunità è costantemente accerchiata (‘minoranza’), sotto attacco da parte di una ‘maggioranza’. La comunità è protetta grazie al ‘sacrificio dei martiri’. (…)”. [Negoziazione e potere in Medio Oriente. Alle radici dei conflitti in Siria e dintorni, Mondadori 2022, p.121].

    ALCUNE DOMANDE DI RICERCA
    • In quel contesto locale specifico, quando si fa ricorso al discorso confessionale/comunitario?
    • Le élite politiche esaltano pubblicamente il tema dell’appartenenza identitaria a una comunità rispetto a un’altra? Oppure adottano una retorica nazionalista ed egualitarista?
    • E nella pratica egemonica, le élite esercitano la loro autorità secondo il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e del principio di pari opportunità indipendentemente dalle appartenenze comunitarie, oppure nei fatti gestiscono il potere in maniera esclusiva, attivando divisioni confessionali/comunitarie in seno alla società?
    • E’ possibile individuare dei casi studio esemplificativi di queste retoriche e pratiche?
  • Viaggio nel ventre molle

    Viaggio nel ventre molle

    Il ventre di Hezbollah non è molle, ma è un alternarsi di colline verdeggianti e dolci verso est. Questa immagine viene in mente mentre l’auto si lascia alle spalle il triste alternarsi di squallidi edifici che costeggiano la “superstrada” Sidone-Nabatiye, in Libano.

    La direzione è la Linea Blu: quella linea pensata dalle Nazioni Unite nel 2000 e in certi tratti immaginaria che separa il Libano da Israele, due paesi formalmente in stato di guerra sin dalla loro nascita – più di 70 anni fa – come Stati indipendenti. Ma dalla capitale Beirut la Linea Blu dista almeno cento chilometri. Anche di più se ci si dirige, come oggi, verso il settore centrale e orientale di questa linea che nessuno può chiamare confine, ma che di fatto da vent’anni separa due mondi.

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    La presenza del partito armato sciita alleato dell’Iran non è visibile se non in alcuni segni esteriori, come foto di “martiri” lungo il bordo della strada. Ma lungo la stessa strada ci sono moltissime altre foto di “martiri” di Amal, l’altro partito sciita guidato dal presidente del parlamento Nabih Berri. Proprio la figura di Berri è molto presente nel percorso che separa la costa marittima dall’interno. Fuori dalla località di Msayle si apre sulla sinistra la sua residenza, protetta da schiere di posti di blocco, concertine, mura e blocchi di cemento armato.

    Gli unici uomini che espongono le armi sono i pochi soldati libanesi negli sporadici check point e nelle rarefatte caserme, prima e dopo Sidone. La strada per Nabatiye si dirige verso sud-est per circa trenta chilometri. Questa cittadina, situata in una posizione chiave a nord dell’area di responsabilità del contingente Onu, si erge su un contrafforte che domina a sud e a est una serie di vallate secondarie del Jabal ‘Amil, il complesso montagnoso che si affaccia sull’Alta Galilea e che costituisce da decenni il cuore della regione nota come Sud del Libano. (…)

    (Continua su Limesonline)

  • Risorse e rabbia popolare

    Risorse e rabbia popolare

    Alla fine c’è scappato il morto.

    Ma dietro la cronaca emerge una storia di sfruttamento del territorio, di esclusione dei suoi abitanti dalla gestione delle risorse e del conseguente inasprimento della tensione sociale.

    Un ingegnere iracheno, impiegato della società petrolifera di Nassiriya, a sud di Baghdad, è stato ucciso nei giorni scorsi da una pallottola vagante esplosa da uomini armati radunatisi ai cancelli dell’impianto energetico per protestare violentemente contro quella che definiscono la sistematica esclusione della gente del posto (ahali) dalla gestione e dal beneficio delle risorse della zona.

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    Le proteste, in corso da gennaio, sono riprese intense negli ultimi giorni e sono culminate con gli incidenti in cui ha perso la vita l’ingegnere Ahmad Meshaal, descritto come “un martire” dalla direzione della Società petrolifera di Nassiriya.

    A protestare da settimane sono giovani e meno giovani di Nassiriya, in particolare membri di famiglie allargate (ashira) delle zone rurali e periferiche del capoluogo del governatorato di Dhi Qar, 345 chilometri a sud di Baghdad (quasi 4 ore di auto).

    Nassiriya, capoluogo del governatorato di Dhi Qar

    I manifestanti chiedono infatti a gran voce e da lungo tempo (le agitazioni si registrano già dal 2020) l’assunzione nei ranghi della Società petrolifera di Nassiriya sia dei neolaureati come ingegneri e operai specializzati, sia di altri giovani non laureati come operai generici e addetti alla sicurezza dell’impianto.

    In poche parole chiedono di lavorare in una struttura presente nel territorio dove loro sono nati, dove vivono, dove hanno studiato, dove pensano di costruirsi una famiglia.

    Di fronte all’inasprirsi della tensione, la direzione della Società petrolifera di Dhi Qar ha prima aumentato il sistema di protezione all’impianto, e ha poi deciso di sospendere le operazioni “per garantire l’incolumità dei dipendenti”. Questi sono infatti stati ripetutamente bloccati dai manifestanti dall’entrare nel perimetro dell’impianto.

    La società petrolifera di Dhi Qar nel suo comunicato in cui spiega le ragioni della chiusura dell’installazione energetica – una perdita di 80mila barili al giorno – criminalizza i manifestanti, senza identificarli ma definendoli come “coloro che circondano la zona”.

    Nel comunicato si definisce l’impianto di Nassiriya come un’”articolazione economica nazionale” (mafsal iqtisadi watani) e si denunciano i “danni al bene comune di tutto l’Iraq”. Per i vertici della compagnia petrolifera di Nassiriya, la sospensione della produzione giornaliera di 80mila barili “causa perdite finanziarie enormi all’economia nazionale”.

    La retorica ufficiale contrappone quindi la “patria” (watan) e la legalità alle attività di non meglio identificati facinorosi. I manifestanti dal canto loro, di fronte all’assenza di una prospettiva negoziale sul piano locale, si sono rivolti al potere centrale di Baghdad e hanno invocato un intervento del premier uscente, Mustafa Kazemi.

    “Noi non ci opponiamo allo Stato (dawla). Le nostre richieste non sono in contrapposizione allo Stato. Chiediamo cose molto semplici”. In effetti, al di là dei titoli dei media che enfatizzano il carattere “tribale” della protesta, quel che i manifestanti rivendicano sono diritti di base: lavoro dignitoso e riconoscente delle diverse competenze (laureati, non laureati); ripristino dei servizi essenziali come fornitura di acqua ed elettricità, manutenzione delle infrastrutture cittadine.

    Nelle loro rivendicazioni denunciano una pratica assai comune non solo in Iraq: l’assunzione su base clientelare e non trasparente da parte dei poteri locali e centrali di maestranze e quadri professionali in qualche modo collegati con questi stessi poteri. Lamentano una disparità di trattamento: tra chi è raccomandato dal potente di turno e ha la conoscenza giusta per essere assunto nella struttura petrolifera, e chi invece viene escluso.

    Il loro argomento, nella sua semplicità, è disarmante quanto universale: se il territorio che abitiamo è così ricco (80mila barili al giorno di petrolio, per non parlare del gas naturale) tanto da aver generato una struttura di produzione così essenziale per il “tutto il paese” (kaffat al-Iraq), definita un’articolazione dell’economia nazionale, perché mai noi, abitanti della zona, fatichiamo ad avere acqua potabile, elettricità, combustibile per far funzionare le pompe idrauliche utili per irrigare la terra? Perché mai noi rimaniamo ai margini del sistema di gestione delle risorse e della distribuzione delle rendite?

    E’ la domanda cruciale che soggiace oggi, come ieri, a un ampio ventaglio di “crisi” socio-economiche e politiche in Iraq, in Medio Oriente e in giro per il mondo. Crisi che poi sfociano, in un modo o nell’altro, in tensioni violente e, spesso, anche in conflitti armati.

    Non è una questione di buoni contro cattivi, dove i buoni sono i manifestanti, esclusi dal quadro di assunzioni, e i cattivi sono i dirigenti della Società petrolifera di Nassiriya e i rappresentanti dei poteri locali e centrali. I primi infatti chiedono di entrare nell’attuale sistema di cooptazione e distribuzione clientelare. I secondi si trincerano dietro una retorica populista e chiamano la polizia per proteggere gli impianti. Dopo che c’è scappato il morto però.

    Quello di cui c’è bisogno è invece una profonda riforma del sistema della gestione delle risorse, che sia trasparente e inclusivo, e della distribuzione, su base equa e non discriminatoria, dei proventi generati dall’estrazione e dalla vendita di queste stesse risorse.

    Spunti iniziali di ricerca. Evidentemente la soluzione a tutto questo non si trova in un template prestampato diffuso da un’agenzia internazionale per lo sviluppo; né tantomeno si trova in un manuale di istruzioni di peacebuilding e conflict resolution. Bisogna prima di tutto comprendere a fondo il territorio e le dinamiche di potere che lo dominano, identificando attori attivi e passivi nei meccanismi di negoziazione e di esercizio dell’egemonia locale.

    Lo schema interpretativo con cui leggere questa storia è presentato nella Seconda parte del volume “Negoziazione e potere”, da pagina 108.

    In via estremamente preliminare si può 1) definire e identificare le “risorse” del territorio, non limitandosi a quelle materiali ma anche ad altro tipo, come la conoscenza tecnica in possesso di individui o gruppi di persone o come la fiducia esistente tra due o più entità dell’area; 2) fare una mappatura, anche grossolana, delle entità collettive e degli individui che a Nassiriya e dintorni sono coinvolti e hanno interessi, a vari livelli, nella gestione delle risorse (nel senso più ampio del termine) e nella distribuzione dei servizi; 3) tracciare uno schema sia dei rapporti interni tra i vari attori locali sia delle relazioni tra le entità locali e quelle dei contesti esterni collegati come, per esempio, le istituzioni governative centrali e entità finanziarie o politiche straniere.

  • Alla ricerca di una storia perduta

    Alla ricerca di una storia perduta

    I contrafforti di pietra eretti in epoca crociata sulla collina di Hunin non sono visibili a chi viene dalla strada libanese diretta alla Linea Blu di demarcazione con Israele. Nota nelle cronache franche del XIII secolo come Chastel Neuf e in arabo come Qal’at Hunin (Castello di Hunin), la rocca sorge ancora oggi su uno dei posti strategicamente più rilevanti di tutto il Medio Oriente.

    A cavallo tra l’Alta Galilea, oggi in Israele, e il Monte Amil, oggi in Libano, questa collina da decenni ha offerto lo spazio ai due insediamenti israeliani di Misgav Am e Margaliot, fondati da famiglie di ebrei provenienti dallo Yemen e dall’Iraq.

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    Chiunque controlli questa collina domina i declivi del sud del Libano sia verso il mare a ovest sia verso la piana di Hula a est. Poco più in là sorge la cittadina libanese di Adaysse, separata ormai dal resto del territorio meridionale dal muro di separazione eretto da Israele. Il muro prosegue attorno a Misgav Am e sovrasta la vista a chiunque tenti di immaginare come sia il mondo dall’altra parte. Le rovine del castello di Hunin sono visitabili solo dal lato israeliano.

    Vista del muro di separazione israeliano dalla strada libanese lungo la Linea Blu (foto di Lorenzo Trombetta)

    Su questo lato, e non su quello libanese, è possibile andare alla ricerca delle tracce di alcuni dei Sette Villaggi, da anni rivendicati dal Libano come propri ma rasi al suolo e svuotati dei loro abitanti dalle forze israeliane ai primi di settembre del 1948. (…)

    (segue su Limesonline)